lunedì, novembre 21, 2005

Merenda!

 

 



postato da: WinterCarlisle alle ore 22:09 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, novembre 16, 2005

Tempo di cambiamenti. In tutti i sensi. In un autunno che proprio non vuole arrivare. Del resto, di questo non mi lamento: soffro molto il freddo, d'inverno, e poi adoro poter ancora andare in giro con le mie gonne fruscianti e svolazzanti e con le scarpine da bambola. Il template è ancora da sistemare, ma la pigrizia impera, come si può notare dalla frequenza degli aggiornamenti in quest'ultimo mese. Sì, mi sono data al romitaggio e all'ascetismo (...).



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categoria:pensieri estemporanei, attraverso lo specchio, amenita e frivolezze


martedì, novembre 15, 2005

Giuliana Sgrena presenta Fuoco amico
Falluja
Falluja è il laboratorio di ciò che sta succedendo in Iraq. In quel momento poi(nel febbraio del 2005) era particolarmente interessante sapere cosa stava succedendo a Falluja perché eravamo a due mesi dal feroce attacco alla città. Un attacco portato per permettere lo svolgimento delle elezioni, dalle quali, in realtà, Falluja è stata esclusa perché totalmente impraticabile per gli stessi abitanti.
Le notizie che avevamo avuto fino ad allora venivano dai giornalisti embedded con le truppe americane, quindi avevamo un solo punto di vista, quello delle forze che stavano attaccando. Mancava completamente un’altra versione dei fatti, di chi era presente o, perlomeno, di chi era a conoscenza di cosa stava accadendo a Falluja.
Alcuni di noi andarono alla ricerca di queste notizie. Ad esempio Florence Aubenas, insieme a qualche altro giornalista, e poi si sono andata anch’io. Quando sono arrivata a Falluja non sapevo ancora che Florence era stata rapita in quel modo, nelle stesse circostanze in cui io sarei stata rapita, altrimenti non ci sarei andata.
La cosa paradossale di questa vicenda è che gli americani non volevano far sapere cosa era successo a Falluja durante l’attacco. Come poi abbiamo appreso da alcune testimonianze, era stato utilizzato il fosforo bianco, un’arma micidiale che carbonizza le persone colpite e rende quasi irriconoscibili i cadaveri. I testimoni dell’accaduto, o chiunque ne fosse venuto a conoscenza, erano molto ostili nei confronti dei giornalisti occidentali. Ed era difficile superare questa diffidenza. Quella mattina, dopo essere riuscita a parlare con alcuni di loro, mi sono allontanata e sono stata rapita da chi dice di voler liberare il proprio paese e di combattere contro l’occupazione straniera. La mia vicenda racchiude un po’ tutto il paradosso attuale dell’Iraq.

La resistenza
In Italia, in Occidente in genere, si fa fatica a capire la realtà irachena, perché si parla o di terrorismo o di resistenza. Io credo che in Iraq esistano diverse realtà. C’è una resistenza con diverse sfaccettature, una pacifica, una armata con molte deviazioni, e poi c’è il terrorismo che non c’entra niente con la resistenza perché ha altri obiettivi. Non vuole liberare l’Iraq, ma conduce una guerra santa contro l’Occidente. Anche i metodi sono diversi: il terrorismo usa quasi esclusivamente attentati suicidi che quasi sempre colpiscono gli iracheni e non le forze di occupazione.
La resistenza invece vuole liberare l’Iraq attraverso attacchi armati contro le forze di occupazione. Ciò non toglie che a volte vengano colpiti anche i civili, utilizzando armi inaccettabili, come i sequestri. E poi c’è una resitenza pacifica, civile. Quella della popolazione che ogni giorno manifesta e cerca di opporsi a questa occupazione.
È un panorama molto complicato, a volte incomprensibile, perché manca un rappresentante politico di questa resistenza. L’unica voce che interviene, prendendo le distanze da alcuni atti terroristici, e che cerca di dare una visione politica della resistenza è il Consiglio degli Ulema, ma loro sono religiosi, non possono essere una rappresentanza politica.
Non so perché non emerge questa figura. Forse perché una parte delle resistenza è ancora legata a Saddam. Infatti, durante le manifestazioni e nei momenti di maggiore scontro con gli americani, riappaiono le immagini di Saddam Hussein. Ma nessuno crede in suo ritorno al potere, serve per colmare la mancanza di un leader politico.

All’interno della resistenza ci sono correnti islamiste, più connotate religiosamente, e altre che cercano di recuperare le origini del partito Baath laico e socialista. Un panorama quindi molto composito, difficile da definire con uno slogan e che ha difficoltà a trovare la propria sintesi politica.

Libanizzazione dell’Iraq
Siamo di fronte a una libanizzazione dell’Iraq alimentata da più parti, e l’ultimo referendum sulla costituzione l’ha dimostrato.
Da una parte c’è Al Qaeda, che pur non facendo parte della resistenza, ha una certa influenza su alcune frange. Al Qaeda cerca di dividere i sunniti dagli sciiti per provocare uno scontro, sfruttando le loro divergenze dal punto di vista religioso. La destabilizzazione del paese permette loro di portare avanti la loro strategia. Ma il disegno di frantumazione dell’Iraq è anche degli Stati Uniti, e non inizia oggi. Era già stato messo in atto durante la prima guerra del golfo, quando nel ’91, subito dopo la guerra, si è deciso di dividere il paese in tre fasce. A nord e sud le due fasce di non sorvolo (le no fly-zone) vietate agli aerei di Saddam, furono create con il pretesto di proteggere i curdi e gli sciiti. Nonostante queste fasce i curdi e gli sciiti sono stati massacrati, abbandonati dagli americani, nonostante avessero appoggiato il loro ingresso in Iraq.
Queste fasce di “non sorvolo” hanno prefigurato questa divisione in tre parti del paese. Una divisione resa evidente dai diversi atteggiamenti degli iracheni nei confronti del successivo attacco degli Usa. Mentre i curdi hanno appoggiato gli Usa, nel sud gli sciiti ne hanno approfittato per eliminare Saddam, mantenendo le distanze dall’intervento americano che anche dal punto di vista religioso non era per loro sostenibile. Invece i sunniti si sono opposti con forza, anche perché pur essendo una minoranza, sono stati l’etnia che ha sempre governato l’Iraq sotto la protezione di Saddam.
Certo, ancora oggi se chiedi a un iracheno quale sia la sua etnia, lui non ti risponde, dice di essere iracheno. Ma la realtà ci parla di un paese lacerato, di una Costituzione approvata soltanto da due etnie, quella curda e sciita, mentre i sunniti, esclusi completamente, hanno votato contro. Il tentativo di dividere il paese su base etnica e confessionale tra sunniti e sciiti sta andando avanti a grandi passi. Una divisione che fa anche leva sulla disponibilità di petrolio. Non possiamo dimenticare che i curdi e gli sciiti sostengono un federalismo che rasenta il confederalismo, un federalismo nel quale le componenti regionali avrebbero una fortissima autonomia e potrebbero anche disporre delle risorse energetiche. Così i sunniti sarebbero esclusi perché nella loro zona, al centro del paese, non c’è petrolio, che è prodotto principalmente a Kirkuk e a Bassora, le città rispettivamente dei curdi e dei sunniti.

Reislamizzazione
Senza dubbio l’Iraq era uno dei paesi arabo musulmani più laici. A minare il progetto del partito Baath è stato il fallimento del nazionalismo arabo che non ha riguardato solo l’Iraq, ma anche altri paesi in cui c’è stato un fenomeno di reislamizzazione.
In Iraq le cose sono cambiate con la prima Guerra del Golfo. Dopo l’attacco c’è stato il tentativo di operare un recupero dell’identità attraverso la religione. Questo fenomeno è stato favorito da Saddam, che, sentendosi isolato, ha cercato di fare leva sulle cosiddette masse arabe, presentandosi come musulmano. Si è parlato di una conversione di Saddam, anche se in molti sapevano che era una conversione di facciata. Ma nonostante gli elementi di islamizzazione inseriti dopo la prima Guerra del Golfo, l’Iraq, prima del successivo attacco Usa, appariva come uno stato laico. Lo si vedeva dal comportamento delle persone, da una certa libertà di culto anche per i cristiani. L’islamizzazione era quindi limitata.
Adesso la situazione è molto diversa. Dopo il vuoto lasciato dalla caduta del regime di Saddam, con il paese occupato dagli americani, l’assenza di autorità è stata colmata dai partiti religiosi, gli unici rimasti con un’organizzazione, con un luogo di riferimento, le moschee, e con delle milizie armate che adesso controllano il paese. Al nord quelle kurde, a sud quelle sciite. Questi partiti danno un’impronta religiosa conservatrice, integralista in alcuni casi. Il paese oggi fa dell’Islam la propria identità.
La costituzione ha cancellato l’identità araba, sostituendola con quella musulmana. È vero che non tutti gli iracheni sono arabi, ma l’Iraq era uno dei paesi fondatori della Lega araba, e il venir meno di questo riconoscimento d’identità provoca una nuova destabilizzazione.

La condizione delle donne
Il nuovo corso dell’Iraq è evidentissimo nella condizione delle donne. C’è un arretramento sostanziale della loro posizione. In base a uno statuto della famiglia, varato ai tempi della monarchia, nel ’59, le donne avevano molti diritti riconosciuti. Era sicuramente il codice della famiglia più avanzato in tutto il mondo arabo. Recentemnte c’erano stati dei tentativi di eliminarlo. Adesso, in base alla nuova costituzione, le leggi hanno come loro base la shar’ia, la legge islamica, quindi molti diritti acquisiti in passato verranno cancellati. Già nella realtà le cose sono cambiate. Le milizie di alcuni partiti religiosi stanno già imponendo la shar’ia e con essa un cambiamento dei costumi. Quasi tutte le donne portano il velo adesso in Iraq, cosa che prima non succedeva se non nei quartieri popolari sciiti, dove per tradizione le donne lo portavano. Adesso viene imposto. Le donne cristiane che non lo portano vengono assalite. È entrato in uso l’acido, come in altri paesi, per colpire le donne che portano le gonne corte o che non portano il velo. Nelle università viene impedito alle ragazze di portare i pantaloni, c’è stato perfino un attacco a Bassora contro un gruppo di studenti, perché si erano riuniti per un picnic nel parco della città. Una cosa normale fino a qualche tempo fa in Iraq, ma che adesso non è più possibile. Sono stati incendiati negozi di alcolici e spesso con i proprietari dentro, di solito cristiani. Siamo arrivati a forme di intolleranza molto pericolose, per le donne ma non solo, una situazione dovuta a forme religiose arcaiche.

La liberazione e “l’incidente”. La perizia
La perizia consegnata dai periti dei magistrati non è stata sottoscritta dai miei periti e da quelli della signora Calipari, perché noi manteniamo delle riserve sul numero delle armi usate. Comunque, la perizia mette in evidenza tre fatti molto importanti.
Il primo è che chi ha sparato sulla macchina l’ha fatto per uccidere. Infatti solo un proiettile ha colpito il motore, gli altri hanno colpito l’abitacolo.
Secondo punto: dal posto di blocco sono partite tre raffiche e la prima è stata sparata quando noi eravamo a 130 metri di distanza. Questo vuol dire che appena ci hanno visto hanno cominciato a sparare, senza fare nessun tipo di segnalazione.
Il terzo punto riguarda la velocità della macchina, altra cosa su cui si è discusso molto. Secondo questa perizia la macchina, quando è stata colpita per la prima volta, andava a una velocità tra i 60 e i 65 km all’ora. Al momento della seconda raffica andava tra i 44 i 54 km all’ora, quando è arrivata la terza raffica era praticamente ferma. Quindi durante la raffica che ha colpito Calipari e me (secondo questa perizia infatti sarebbe stato lo stesso proiettile che ha ucciso Calipari a ferirmi), la macchina andava intorno ai 50 km all’ora. Questi sono fatti che di per sé smentiscono completamente il rapporto americano e di questo si deve prendere atto. A parte il problema di quante persone hanno sparato, su cui si deve far chiarezza, gli altri elementi sono sufficienti per avviare un procedimento.
La questione che viene sollevata è che gli americani non hanno risposto alla rogatoria della magistratura italiana, attraverso la quale si chiedeva il nome dei componenti del battaglione mobile che ha sparato. I nomi si conoscono, da quando sono stati disvelati gli omissis. Sembra quindi un pretesto per non avviare il procedimento. In più il nostro Ministro della giustizia, Castelli, non ha in nessun modo sollecitato una risposta. Gli americani, infatti, non si sono rifiutati di rispondere alla rogatoria, l’hanno semplicemente ignorata.
Anche su questo c’è un precedente. Quando l’Hotel Palestine fu colpito da una cannonata, tra l’altro io mi trovavo nell’albergo in quel momento, morirono due giornalisti, uno spagnolo di Telecinquo e un ucraino della Reuters. Un magistrato spagnolo ha emesso, poco tempo fa, un mandato di cattura contro chi comandava quella pattuglia di cui faceva parte il carrarmato che colpì il Palestine. Il magistrato non conosce il nome di chi era sul carrarmato e ha sparato, ma ha emesso lo stesso un mandato di cattura internazionale per il responsabile di quella pattuglia. A ciò si aggiunga che in Spagna non è possibile fare un processo contro ignoti, mentre in Italia si può.
Se ci fosse una reale volontà di sapere cos’è successo a Bagdad, quindi, la magistratura avrebbe i mezzi per farlo. Ci sono prove inconfutabili per avviare un procedimento contro chi ha sparato.
Gli americani controllano molte cose a Bagdad. Sicuramente c’era un elicottero che volava sopra di me, mentre io stavo aspettando i liberatori. E non era lì per caso, visto che non si è mosso di lì per tutto il tempo. Probabilmente stavano registando tutto ciò che stava accadendo.
È impossibile che gli americani non sapessero che io ero lì, che stavo per salire su un’altra macchina e che sarei andata all’aereoporto. Inoltre Calipari e altri agenti del Sismi avevano avuto quel giorno dei permessi per poter girare per Bagdad, e non avrebbero potuto passare inosservati.
Appena sono salita sulla macchina, l’uomo che era alla guida, un agente del Sismi, ha comunicato all’aereoporto, al generale Marioli, che stavamo arrivando, che eravamo in tre sulla macchina ed era evidente che la terza persona sulla macchina ero io, anche se non è mai stato pronunciato il mio nome. E il generale Marioli ha ammesso questa cosa. Ora quello che rimane da scoprire è perché ci hanno colpito sapendo che eravamo noi.

La liberazione e “l’incidente”. L’elicottero
C’e un altro elemento inquietante che emerge dalla ricostruzione fatta sia nel rapporto italiano che in quello americano. La pattuglia mobile che stava controllando la zona dove noi dovevamo passare era lì da molto tempo. Dicono che dovesse smobilitare, perché non possono stare ferme troppo a lungo altrimenti diventano bersagli facili. Non solo non hanno permesso a questa pattuglia di smobilitare, ma, nell’ultima telefonata che il comandante della pattuglia mobile ha fatto al capo divisione - erano le otto e mezza di sera, una telefonata che è stata registrata - chiede se può smobilitare. Gli rispondono di no, deve mantenere la posizione perché dopo venti minuti sarebbe arrivato – questo lo si scopre dagli omissis - il convoglio di Negroponte, all’epoca ambasciatore americano a Baghdad. Ora, alle 20 e 30 Negroponte era già arrivato da venti minuti a Camp Victory, e da dieci minuti era entrato nell’edificio dove era atteso e la cosa era stato comunicata al comando della divisione, come riferito dalla sua scorta.
Alle 20 e 30 noi avevamo già comunicato che stavamo arrivando, oltre al fatto che eravamo seguiti dall’elicottero. Nonostante ciò, viene ordinato alla pattuglia di rimanere in posizione per aspettare il convoglio di Negroponte. Soltanto che dopo venti minuti esatti siamo arrivati noi.
Quindi, perché è stato dato quest’ordine? Chi l’ha detto sapeva? E quale era il suo obiettivo? Perché ha detto che il convoglio arrivava dopo venti minuti, se sapeva benissimo che dopo venti minuti saremmo arrivati noi?
Io non so fino a che punto la cosa è stata preparata, ma se dicono alla pattuglia che deve arrivare Negroponte e, dopo venti minuti esatti, al posto di blocco vedono spuntare una macchina irachena, la prima cosa che fanno è eliminarla. Nella migliore delle ipotesi, sono state create tutte le condizioni perché l’incidente ci fosse. Perché? Questa è la domanda per cui vorrei avere una risposta.
Se si va a cercare la documentazione di questo posti di blocco mobile, come ho fatto io, non la si trova perché tutta la documentazione è stata immediatamente distrutta. È vero, si tratta di una procedura standard per evitare di accumulare materiale. Ma a quel posto di blocco si è sparato e sieè ucciso e quella documentazione diventava importante per ricostruire i fatti. È perlomeno “strano” che sia stata distrutta come se non fosse successo nulla.

Perché Fuoco amico
Fuoco amico ha due significati. Il primo, il più immediato, è il fuoco amico degli americani che sparano verso i propri alleati italiani, nel significato classico del termine. Ma non è questo l’unico fuoco amico che mi ha colpito. L’altro significato si riferisce ai “colpi”, agli attacchi che mi sono arrivati dagli esponenti della cosiddetta resistenza irachena, che hanno rapito me, una giornalista che si è sempre battuta contro la guerra e contro l’occupazione del paese. Ho vissuto il sequestro con grande frustrazione. Chiedevo ai rapitori perché avessero rapito proprio me, loro dicevano che era la guerra, che dovevano usare qualsiasi mezzo per combatterla, quindi anche me. Dicevano “ci dispiace”, ma io da pacifista mi sono ritrovata a essere un’arma nelle mani dei miei rapitori. In quei momenti mi sentivo ostaggio delle mie stesse convinzioni, mi sembrava un paradosso. Ma la degenerazione della guerra aveva portato a usare il sequestro di civili come arma e io non potevo essere eslusa dal meccanismo. Ero una giornalista che andava sul terreno e, quindi, rientravo perfettamente nella tipologia di giornalista che può essere rapito.
Tutto questo impedisce ai giornalisti di fare il proprio lavoro in Iraq. Abbiamo visto, anche recentemente, molti giornalisti uccisi dagli americani, altri finire nelle mani a volte di terroristi, a volte di uomini della resistenza. Un ricatto costante che non ti permette di fare il tuo lavoro.
Adesso in Iraq ci sono pochi giornalisti. Alcuni sono inseriti nelle truppe, soprattutto inglesi. Può essere un’esperienza andare embedded, ma non puoi fare il tuo lavoro. Alcuni giornalisti dicevano che i pezzi che scrivevano come embedded erano sottoposti a censura da parte dei militari.
Non penso che in queste condizioni si possa fare giornalismo. Del resto non è giornalismo neanche stare chiusi in albergo e lavorare utilizzando le agenzie che ti arrivano da altri. E non è una soluzione neanche la scorta anche perché molti giornalisti sono stati rapiti perché venduti dai propri “accompagnatori”.
C’è anche chi manda gli iracheni in giro alla ricerca di notizie. Non credo sia un metodo serio, anche perché gli iracheni spesso ti dicono quello che vuoi sentirti dire, o quello che vogliono far passare. Quando qualcuno veniva da me raccontandomi delle storie, io dicevo che volevo verificare le notizie, vedere i posti, verificare sul terreno. Credo sia l’unico metodo serio per fare informazione. Ma adesso andare sul terreno in Iraq è impossibile e questa è una grande sconfitta, non solo per me, ma per tutta l’informazione. In questa guerra anche l’informazione è una vittima: oggi in Iraq è impossibile fare informazione. Per un giornalista è una situazione veramente frustrante. Una guerra come quella in Iraq, basata sull’inganno, sulla menzogna, non può tollerare l’informazione, perché l’informazione non può che essere contro la guerra, quando si racconta veramente cosa succede. La mistificazione è totale. Gli americani non permettono neanche di riprendere le bare che tornano negli Stati Uniti. Ciò che mi sembra altrettanto grave è che nemmeno gli iracheni possono fare informazione. Non tutti sono come i miei rapitori che temevano l’informazione. Molti iracheni vorrebbero far conoscere la loro realtà, e sono quelli che si battono pacificamente, senza armi, ogni giorno. Ma non sono in grado di dare protezione ai giornalisti così da permettergli di fare il proprio lavoro.

dal sito di Feltrinelli



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categoria:quesiti esistenziali